L’Italia sta attraversando, a partire da domenica 23 febbraio 2020, una crisi inedita e grave, dovuta al contagio da “corona-virus”: virus sconosciuto, non curabile con vaccino specifico, che è partito da Wuhan, in Cina e ha raggiunto (probabilmente già a partire dallo scorso mese di dicembre) prima alcune zone della Lombardia e del Veneto e poi si è diffuso in tutte le altre regioni italiane, infettando migliaia di persone e uccidendone oltre seicento.

 Tutto è iniziato dalla cittadina lombarda di Codogno. Presso l’ospedale locale si è presentato per ben due volte un uomo di 38 anni (il “paziente 1”), afflitto da gravi problemi respiratori; prima che i sanitari potessero individuare l’origine dell’infezione, il Covid-19 aveva raggiunto non solo il personale ospedaliero, ma anche tutti coloro (parenti, amici, colleghi) che avevano interagito col paziente 1: più di 600 persone!

Quasi contemporaneamente, nella cittadina veneta di Vo’ Euganeo, zona di produzione del Prosecco, un anziano è morto per complicazioni respiratorie: nuovo focolaio, nuovo allarme. Da quel momento le autorità sanitarie hanno riconosciuto l’esistenza, anche in Nord-Italia, del corona-virus.

Sono seguiti interventi, da parte del Governo centrale, sempre più stringenti a mano a mano che l’infezione si espandeva: dalla chiusura delle tratte aeree dirette Cina-Italia, all’isolamento totale delle zone “focolaio” (11 Comuni in Lombardia, 1 in Veneto, dalla fine di febbraio decretati “zona rossa”: 50mila persone prigioniere entro i confini dei loro paesi), alla limitazione della socialità e dell’interazione tra le persone attraverso provvedimenti sempre più severi.

Entro nei dettagli.

Il primo atto delle autorità sanitarie (dapprima regionali, poi nazionali) è stato quello di estendere a una grande quantità di persone la “prova del tampone”: prassi che permette di individuare le persone positive al corona-virus. Lo scopo, tra gli altri, era quello di risalire al “paziente 0” e così di isolare il più in fretta possibile le aree interessate dalla malattia. In virtù di tale scelta, però, la bomba è esplosa nelle mani dei governanti del Paese: il numero degli infetti, infatti, è cresciuto giorno dopo giorno. La grancassa dei media ha fatto il resto, offrendo all’opinione pubblica un racconto terrorizzante. Ne è seguita una corsa irrazionale agli accaparramenti nei supermercati, nelle farmacie, mentre una serie di ordinanze regionali e nazionali piovevano a cascata sulla testa della popolazione di Lombardia, Veneto, Piemonte ed Emilia Romagna, contribuendo a ingenerare paura e confusione. Gli altri Paesi europei si sono ben guardati dall’agire nel medesimo modo: hanno infatti permesso di compiere la “prova-tampone” solo su pazienti sintomatici e di non far trapelare informazioni che potessero spaventare. Non so se sia stata una scelta prudente, oppure stoltamente scaltra: saranno i prossimi giorni a dirlo.

In Italia, questo è certo, il corto-circuito di interventi delle più diverse Autorità, in evidente gara tra loro per apparire; la voce di virologi, epidemiologi e così via; la chiacchiera di opinionisti e giornalisti mal preparati hanno fatto molti danni. Tra la gente c’è chi ha reagito con eccessiva paura, chi con ostentata indifferenza. Giorni malamente andati perduti, quando invece vi sarebbe stato estremo bisogno di dare indicazioni chiare alla popolazione, imponendo a tutti comportamenti prudenti e improntati all’obbedienza nei confronti delle autorità sanitarie.

Il secondo atto, nelle Regioni protagoniste del contagio, è stato quello delle chiusure: chiusura delle scuole di ogni ordine e grado e delle università; chiusura di teatri, cinema, luoghi di ritrovo; sospensione delle cerimonie civili e religiose; chiusura degli esercizi pubblici dopo le ore 18. Avvio di una campagna di sensibilizzazione a riguardo delle norme igieniche essenziali. E soprattutto il monito, rivolto alla popolazione, a obbedire a quanto richiesto, poiché il sistema sanitario ospedaliero correva il rischio di collassare. In questa fase il Presidente del Consiglio ha preso la barra del timone, avocando a sé ogni pronunciamento ufficiale. Sempre presente presso la sede centrale della Protezione Civile, ha però trasmesso alla popolazione ordinanze a raffica, dando l’impressione d’essere in affannoso inseguimento del virus e non davanti a esso.

Nel frattempo la Chiesa, in ossequio ai dettami del Governo, ha recepito le indicazioni di quest’ultimo imponendo ai fedeli di evitare qualsiasi genere di assembramento: dalle SS. Messe, ai Riti esequiali, ai raduni di preghiera.

Si è quindi arrivati al terzo atto, inaugurato la sera di sabato 07 marzo. Altro passaggio fatale. Il Portavoce del Presidente del Consiglio ha compiuto il misfatto di trasmettere la Bozza dell’ultima decretazione del Governo a organismi esterni, come le Presidenze delle Regioni. Nel Decreto, tra gli altri provvedimenti, si arrivava a definire “zone rosse” le Regioni interessate dall’epidemia e quindi a impedire ai cittadini di entrare e di uscire da quei territori. La notizia, subito fatta rimbalzare sui media, ha prodotto l’effetto di far letteralmente fuggire centinaia e centinaia di persone dal Nord-Italia: treni per il Meridione presi d’assalto e gente che raggiungeva ogni altra Regione del Paese, rischiando così di diffondere il virus.

Nel frattempo il Governo si è trovato a dover fronteggiare i primi, devastanti segni di una crisi economica che si annuncia disastrosa. I provvedimenti finora presi e annunciati sembrano massicci: ma vi è consapevolezza che l’Italia sta patendo una crisi di proporzioni difficilmente prevedibili e che, quindi, per i lavoratori, le imprese, le famiglie e tutto il sistema del Paese si preparano tempi molto difficili. S’invoca, giustamente, l’allentamento delle Regole sul divieto di sforamento del Debito pubblico e le Autorità europee promettono indulgenza. Ma l’economia italiana, specialmente in alcuni comparti, si è fermata: in tanti rischiano ora il fallimento e la rovina economica.

Siamo adesso nell’imminenza del quarto atto. Il virus si propaga, il numero dei morti cresce, il sistema sanitario è in grave sofferenza. È perciò probabile che si arriverà anche in Italia ad adottare la “strategia-Wuhan”: blocco di tutte le attività, popolazione relegata in casa, spostamenti ridotti allo stretto necessario. Una nazione sospesa, chiusa rispetto all’esterno (gli altri Paesi impediscono già agli italiani di varcare le proprie frontiere) e paralizzata al proprio interno. Si preannunciano due settimane, le prossime, di quarantena allargata a 60 milioni di persone. Scenario apocalittico, ma anche la scelta più saggia.

Cosa mi giunge dai confratelli della Provincia italiana? La serena determinazione a obbedire alle autorità. La pazienza. La preghiera per le vittime, per i sofferenti, per i sanitari. Una sospensione un poco straniante delle consuete attività (l’insegnamento, la catechesi, la celebrazione con il popolo). E tanta speranza: che la Pasqua 2020 sia più che mai Pasqua di Risurrezione per tutti.

Concludo con un interrogativo: questa pandemia, forse, potrebbe spingerci a domandarci se non sia il caso di ripensare seriamente all’opportunità di proseguire con questo modello di sviluppo economico. Ciò che sta accadendo potrebbe davvero condurre tutti verso un modello di convivenza diverso: più equo, sostenibile e solidale. 

Firenze, 11 marzo 2020.

P. Sergio Sereni Sch. P.

Superiore Provinciale

 

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