Vorrei dedicare questa lettera fraterna ad uno dei temi più significativi del messaggio di Papa Francesco ai religiosi. Se seguite le sue parole, rivolte ai religiosi e alle religiose di tutto il mondo, in varie situazioni e contesti, vedrete che c’è una questione che lo riguarda, e molto, quando parla della vita consacrata: la sfida della mondanità.

Ho voluto riflettere su questo importante argomento perché sono convinto che siamo di fronte a una delle sfide più forti che abbiamo nella nostra vita e missione scolopica, e credo che questo valga anche per la Chiesa nel suo insieme.

Vorrei basare la mia riflessione sulle parole di Gesù nel Vangelo di Giovanni (capitolo 17), che sono scritte sotto forma di preghiera. Gesù prega per i suoi discepoli. Prega per noi. È un testo straordinario, che fa riferimento a un atteggiamento essenziale dei discepoli. Gesù dice che “sono nel mondo, ma non del mondo”, e non chiede al Padre “di portarli fuori dal mondo, ma di proteggerli dal maligno“, perché “non sono del mondo, come io non sono del mondo“. E così esprime la richiesta essenziale: “santificali nella verità“.

C’è un atteggiamento centrale nel discepolato di Cristo, profondamente legato alle nostre sfide come religiosi e, in generale, come figli del Calasanzio: “Siamo nel mondo, ma non siamo del mondo“. Viviamo e lavoriamo nella società, siamo sfidati dalla sua trasformazione, lottiamo per incarnarci in essa in modo da poterla comprendere e trasformare attraverso la nostra vita e la nostra missione. Ma non possiamo lasciarci permeare dallo spirito del mondo. Una cosa è tenere i piedi per terra, ma un’altra è ispirarsi a quei valori che dobbiamo combattere. Per questo “non ci ritiriamo dal mondo, ma ci difendiamo dal maligno“, da tutto ciò che ci allontana dalla possibilità di offrire al mondo una diversa alternativa di vita, e ci diluisce in mezzo alla “normalità assunta e accettata da tutti”. E la chiave è nella preghiera finale: che il Padre ci santifichi nella verità.

1-La sfida della mondanità. La mondanità è una delle più forti tentazioni della Vita Consacrata. E una delle più pericolose, perché elimina ogni possibilità di significato e di profezia. Elimina quindi ogni possibilità, del carisma calasanziano. Elimina qualsiasi scelta ad educare i bambini e i giovani per una vita alternativa rispetto a quella che la società offre loro.

Non possiamo negare che la tentazione della mondanità è presente nella nostra vita reale. Vorrei fare alcuni esempi concreti, dando nomi alle tentazioni che possiamo vivere.  

  1. Il narcisismo che ci trasforma in persone che cercano il successo o l’applauso invece di essere servitori disinteressati della Buona Novella e dei piccoli.
  2. La doppia vita, che ci fa parlare di grandi proposte senza lasciarci impregnare da esse.
  3. La superficialità spirituale, che ci impedisce di essere persone di preghiera e ci fa conformi al nostro orario
  4. La ricerca di onori, responsabilità o posizioni, che ci avvicina alla tentazione dei figli di Zebedeo espressa dalla madre nella sua domanda a Gesù.
  5. La dimenticanza delle priorità calasanziane, che si esprime in molti modi nella vita concreta degli individui o delle comunità. Senza andare oltre, per esempio, nella comodità della vita, che sostituisce la resa e la donazione.
  6. Il clericalismo, la peggiore delle tentazioni del mondo, basato sul credere di essere migliori e diversi dagli altri, proprietari di uno status che ci intrappola e che cerca di essere difeso.
  7. Il conformismo, che condiziona la nostra capacità di chiedere e rende normale ciò che non dovrebbe essere.
  8. L’eccessiva ricerca di sicurezza, che ci porta a pensare troppo a noi stessi o alla nostra istituzione.
  9. La povertà di discernimento, che ci fa prendere decisioni basate su opzioni non centrate sul Vangelo o sulla fedeltà carismatica.
  10. La “pigrizia” della vita, che ci fa abbassare il livello delle nostre richieste e ci condiziona sulla via della conversione.
  11. L’individualismo, che ci impedisce di lavorare insieme e ci fa apparire come la stragrande maggioranza delle persone che cercano ciò che è buono solamente per loro.
  12. Il concetto fuorviante e a volte frainteso di auto-realizzazione, così diffuso nella società, che ha il rischio che pensiamo essenzialmente a noi stessi e non a ciò di cui gli altri hanno bisogno da noi.
  13. La mancanza di consapevolezza economica, che ci fa sentire i proprietari del denaro e che, a volte, porta alcuni ad appropriarsene in un modo che costituisce uno scandalo per i più piccoli.
  14. Il desiderio di avere le cose migliori, a volte dall’argomento che ne abbiamo bisogno per la nostra missione.
  15. La cecità vitale che ci impedisce di realizzare le tentazioni che abbiamo.
  16. La mancanza di trasparenza della vita, che impedisce ai nostri fratelli e alle persone a cui ci dedichiamo di conoscerci.

Sono passati anni da quando il Congresso Mondiale sulla Vita Consacrata si è tenuto nella Chiesa con il titolo “Passione per Cristo, Passione per l’umanità”. Molti di voi ricorderanno l’intervento di Dolores Alexandre, ispirata dal passaggio dell’incontro di Gesù con la samaritana. Credo che rivedere le sue idee, altrimenti ben note, possa aiutarci. Allude ai “mariti” della Vita Consacrata, e dice così: “il marito della stupidità disinformata e conformista che ci fa pensare che le cose saranno sempre così / il marito neoliberale e consumista che ci trascina verso un pericoloso “essere come tutti gli altri”, mimetizzato dalla virtù della prudenza / il marito individualista che ci impedisce di confrontarci con gli altri / il marito laico, che ci tiene lontani dal pozzo autentico / il marito spiritualista che ci spinge a continuare a costruire santuari e a sfuggire a nuove sacralizzazione / il marito idolatra, che ci offre altri piccoli dei / il marito delle “mille cose da fare” che ci fa dipendere solo dal lavoro / il marito della vita facile e poco appassionata, che ci fa essere del gruppo e vivere senza dedizione / il marito della mancanza di “zelo apostolico”, della passione per la missione / il marito del pettegolezzo, della superficialità, della perdita di tempo su ciò che non conta, della mancanza di visione / il marito delle forme clericali e lontane, della compiacenza, del “so come si devono fare le cose” / il marito della mancanza di “vera utopia”. Ma soprattutto: lavorate pazientemente al processo di rottura con questi mariti e di incontro con l’autentico, con Gesù. Dategli tempo, ma rimanete in questo processo. Non abbiate paura di dare un nome alla sete che abita in voi”.  

2- Il significato della Vita Consacrata. Il significato profondo della Vita Consacrata è di essere un segno credibile del Regno di Dio. Questo è il significato che dobbiamo cercare. Nessun altro. Credo che dobbiamo entrare profondamente in questa sfida, perché dobbiamo stare nel mondo senza essere del mondo. La domanda è chiara: come dovremmo, noi figli del Calasanzio, essere nel mondo, verso il mondo e per il mondo, senza essere del mondo?

Questa grande domanda è stata formulata in modo formidabile da Papa San Paolo VI: “Come può il messaggio evangelico penetrare nel mondo? Come possiamo agire ai livelli in cui si sta sviluppando una nuova cultura? Cari religiosi e religiose, attraverso le chiamate che Dio fa alle vostre famiglie carismatiche, è necessario che teniate gli occhi molto aperti alle necessità degli uomini e delle donne, ai loro problemi e alle loro ricerche, testimoniando in mezzo a loro, attraverso la preghiera e l’azione, la potenza della Buona Novella dell’amore, della giustizia e della pace… Questa missione, che è comune a tutto il Popolo di Dio, è vostra in modo speciale”.  A mio parere questa è una delle migliori descrizioni che abbiamo della sfida del significato, ed è anche formulata come una questione aperta.

Sono convinto che potremo rispondere in modo adeguato solo se fisseremo lo sguardo sulle chiavi centrali della nostra vocazione, perché il significato è un’esigenza e il frutto della nostra identità. Ma se il sale diventa insipido, non serve a nulla.

Stiamo iniziando il processo di preparazione al nostro 48° Capitolo Generale. Vogliamo ispirarlo con il Memoriale del Cardinale Tonti, di cui celebreremo i 400 anni nel 2021. È un testo profondamente ispiratore per il momento che stiamo vivendo. In esso il Calasanzio descrive l’essenza del nostro ministero e difende il diritto delle Scuole Pie ad essere costituite come Ordine religioso. Ma non si accontenta di questo. Alla fine del testo, egli esprime, in modo chiaro, come dobbiamo essere scolopi. Tutti conoscete il paragrafo e mi avete sentito citarlo più volte. Ma credo sia opportuno trascriverlo di nuovo:

“Segue anche la necessità e non solo per stabilirlo, (l’Ordine), ma anche per ampliarlo e propagarlo conforme al bisogno, desiderio ed istanza di tanti. Il che non può farsi senza molti operai, che non possono aversi se non hanno grande spirito o non sono chiamati con vocazione particolare. Poiché i chiamati in generale a lasciare il mondo, non avendo se non spirito d’incipienti, bisognosi ancora di slattarsi dalle comodità del secolo, preferiranno sempre, come in pratica si vede, qualche Religione approvata, dove dopo il noviziato siano sicuri di aver a morire, e possano pervenire al sacerdozio, piuttosto che una tale Congregazione, dove, in cambio di questi comodi, vi trovino altri incomodi di vita mortificata per aver a trattare con giovanetti, laboriosa per la continua fatica di tale esercizio e disprezzata dagli occhi della carne, che considera l’educazione dei bambini poveri[1]”.

Il Calasanzio chiede grande spirito e vocazione particolare. E stabilisce un criterio di verifica oggettivo e radicale di questo grande spirito: la dedizione ai bambini e ai giovani nell’educazione.

3-Santificali nella verità. Credo che, per rispondere con decisione alla sfida di superare la tentazione della mondanità, ciò che dobbiamo fare è rafforzare tutte le dinamiche che ci aiutano a focalizzare l’essenziale. È un bene che ognuno di noi sappia dare un nome con più chiarezza a ciò che deve attivare. Faccio un esempio molto semplice.

Nella maggior parte dei dialoghi personali che ho con i giovani scolopi, chiedo loro sempre la sfida più importante che ognuno di loro ha per la propria crescita personale nella fedeltà. Rispondono sempre in modo rapido e trasparente e sanno dare un nome alle loro sfide.

Credo che questa sia la strada che dovremmo seguire per avanzare in questa sfida molto importante. La preghiera di Gesù nel capitolo 17 di Giovanni chiarisce l’orizzonte: la santità. A volte abbiamo difficoltà a parlarne, e non dovremmo mai smettere di farlo. Sappiamo che la santità non è alla nostra portata, perché è un dono di Dio. Ma è la grande verità della nostra vita: dobbiamo vivere cercando di essere santi. E la via verso quella santità è la verità, l’autenticità, la fedeltà alla chiamata ricevuta: “santificali nella verità”.

Sono stato molto contento del titolo che il nostro fratello Javier Alonso ha dato al suo libro sul ministero scolopico: “Santità per il cambiamento sociale”, pubblicato recentemente. È molto difficile esprimere in modo più breve e preciso ciò che significa la nostra lotta per superare la mondanità al fine di cambiare il mondo.

Che Dio ci conceda il dono di poter essere degni della preghiera di Gesù: “Padre, santificali nella verità”.

Ricevete un abbraccio fraterno.  

P. Pedro Aguado Sch. P.

Padre Generale

[1] San Giuseppe Calasanzio. Memoriale al Cardinale Tonti (1621). Opera Omnia, volume IX, pag. 300-307.