Dedico questa Salutatio a una riflessione condivisa su una delle sfide più forti che abbiamo come cristiani e come religiosi: il clericalismo. Siamo di fronte a una delle dinamiche ecclesiali più denunciate da Papa Francesco durante tutto il suo pontificato, e penso che valga la pena di rifletterci dal contesto delle nostre Scuole Pie.

Titolo la lettera con la preghiera del pubblicano, contenuta nel Vangelo di Luca e presentata come alternativa alla preghiera del fariseo. Lo faccio perché credo che questa parabola, popolarmente conosciuta come “la parabola del fariseo e dell’esattore delle tasse[1]” sia uno dei modi più chiari per capire cosa significa il clericalismo e i gravi pericoli che comporta. Come in quasi tutte le parabole del Vangelo, è molto importante leggere a chi è rivolta. Questo dettaglio è di solito sottolineato all’inizio della narrazione, ma a volte ci sfugge. Gesù rivolge questa parabola a “coloro che presumono di essere buoni e disprezzano gli altri” (Lc 18,9). Infatti, il fariseo dice: “Ti ringrazio, Signore, perché non sono come gli altri” (Lc 18,9). Ed enumera la lista delle cose che fa bene, il suo alto grado di conformità ai comandi della legge. La sua autocoscienza è di superiorità, e il suo atteggiamento verso l’altro è di disprezzo perché lo considera “un credente di seconda categoria”. È una parabola contro il clericalismo.

Dal mio punto di vista, la radice del clericalismo è perfettamente ritratta in questa parabola, e consiste nel sentirsi superiori agli altri “a causa del loro incarico o ruolo nella Chiesa”. Pertanto, il clericalismo introduce una dinamica di rottura nella comunione ecclesiale, e conduce l’establishment clericale al rischio di autosufficienza e, da lì, a molti altri scenari, alcuni dei quali estremamente gravi e dolorosi, come abbiamo potuto sperimentare.

Penso che stia crescendo tra noi la consapevolezza che il clericalismo è uno dei mali più gravi che viviamo nella Chiesa, e che ci riguarda tutti, anche la Vita Consacrata, e anche il nostro Ordine. E anche se può essere sorprendente, colpisce anche i laici che camminano nel seno delle Scuole Pie. Ma allo stesso tempo che cresce la consapevolezza di questo rischio, dubito che cresca la chiarezza su ciò che significa e sulle dinamiche destinate a superarlo. Il clericalismo non si supera “per decreto”, ma attraverso un lungo processo di “disimparare ciò che è stato imparato e imparare ciò che è nuovo“. Come tutte le tendenze radicate, è necessario un lungo processo di trasformazione. C’è molta strada da fare.

È molto importante non cadere nelle semplificazioni. Il clericalismo non ha niente a che vedere, per esempio, con l’uso dell’abito scolopico o con la celebrazione attenta e bella della Liturgia. Ho conosciuto religiosi con i jeans -o con giacca e cravatta- estremamente clericali e scolopi con una tonaca molto sudata e piena di lavoro, umili e servi, ai quali i giovani provavano una gioia profonda ad avvicinarsi e sentirsi ascoltati da loro. I vestiti che indossiamo dovrebbero servire per quello che siamo chiamati ad essere: renderci vicini, e non diventare mai un’espressione di potere o di elitarismo. Quando questo accade, c’è qualcosa che non va in noi. Allo stesso modo, conosco sacerdoti che confondono la “celebrazione stretta e pedagogica” con la sciatteria, sacerdoti che celebrano la Liturgia con una cura preziosa – e pedagogica – del linguaggio sacramentale e rituale, così come altri che sono “esempi” di quella rigidità che assolutizza il relativo, una idolatria simile a quella che relativizza l’assoluto. La semplificazione non è la via; non lo è mai stata. Il clericalismo è qualcosa di più profondo.

Il clericalismo è un atteggiamento come anche una struttura. È una mentalità che tende a cristallizzarsi in una cultura. Per questo la sua estirpazione richiede un lavoro serio e profondo, sistemico e accurato. L’atteggiamento di coloro che “credono che perché sono sacerdoti sono al di sopra degli altri e, pertanto, non devono essere giudicati dagli altri” – quest’ultimo è una conseguenza immediata del primo – si consolida gradualmente in una cultura o struttura clericale. Se l'”atteggiamento clericalista” può essere definito come colui che sente che la sua ordinazione o vocazione lo rende superiore, la cristallizzazione di questa mentalità in una cultura – o cultura organizzativa – potrebbe essere definita come la “preoccupazione conscia o inconscia di promuovere l’interesse particolare del clero e di proteggere i privilegi che sono stati tradizionalmente concessi a chi si trova nello stato clericale[2].

Questa “cultura clericale” degenera sempre in dinamiche che non aiutano affatto a costruire la Chiesa e, nel nostro caso, la comunità cristiana scolopica. Problemi come l’autoritarismo, la mancanza di corresponsabilità, la sottovalutazione del ruolo della donna nella Chiesa, l’eccessiva dipendenza dal prete o dal superiore, ecc. appaiono subito. Cerchiamo di essere consapevoli di questo.

E, senza dubbio, il clericalismo porta con sé la più grave delle conseguenze: la trasgressione dei limiti, che ha portato alle dolorose conseguenze che tutti conosciamo. La mancanza di rispetto per l’altro, sostenuta dall’idea che abbiamo il diritto di andare oltre i limiti di quel rispetto, è alla base di tutto ciò che riguarda gli abusi all’interno della Chiesa. Molti studiosi mettono in relazione questa dinamica con una certa visione del sacerdozio come rappresentante di un potere sacro, un Dio autosufficiente e chiuso piuttosto che il Dio Padre di Gesù Cristo. L’ormai nota “sindrome dell’eletto” approfondisce questa linea di riflessione. Un esempio di questa sindrome è quello del re Davide, che era chiaramente consapevole di essere stato scelto da Dio e che era incapace di rispettare i limiti. Questo ha portato ad abusi di potere, di coscienza e sessuali. Il clericalismo tende a porre le persone e le istituzioni al di sopra dei limiti. Ecco perché Papa Francesco è così insistente su questo tema.

Facendo un passo avanti, vorrei avvicinarmi a tre semplici riflessioni, pensando a noi. Credo che ci siano alcuni sintomi del virus del clericalismo in mezzo a noi, così come ci sono alcuni chiarimenti su come superarlo, così come alcune sfide che possiamo porci. Vorrei dire qualcosa su ognuno di questi tre aspetti.

Alcuni “sintomi“. In tutti questi anni ho visto atteggiamenti (personali e istituzionali) che sono “bandiere rosse” che dovrebbero farci pensare. Parlo liberamente, certo che tutti possiamo sentirci inclusi in alcuni di questi sintomi, perché “chi è senza peccato, scagli la prima pietra[3]“.

  • Ho visto religiosi, purtroppo giovani, che pensano che per il semplice fatto di essere scolopi non hanno gli stessi obblighi degli insegnanti della scuola o che non devono rispetto e accoglienza al direttore – o direttrice – laico della scuola, o che possono permettersi di perdere una riunione dei docenti.
  • Ho visto religiosi con responsabilità istituzionali dire pubblicamente che un religioso è sempre un direttore migliore di un laico.
  • Ho visto formatori permissivi nei confronti di atteggiamenti o dinamiche clericali dei loro formandi o addirittura provocatori nei loro confronti.
  • Ho visto persone religiose preoccupate della loro immagine, del loro prestigio o del loro desiderio di posizioni importanti.
  • Ho visto formatori trasmettere uno stile di vita di “superiore a suddito”, incapace di generare la dinamica fraterna che caratterizza la vita consacrata e che dà dignità al servizio dell’autorità.
  • Ho visto tentazioni di mancanza di professionalità, di non prepararsi abbastanza, di improvvisare, di non preparare profondamente ciò che si sta per fare o dire.
  • Ho visto dinamiche di abuso di coscienza o di potere in alcune situazioni.

Tutto questo è reale. E altro ancora che potremmo dire o condividere in incontri in cui il nostro obiettivo sarebbe quello di discernere come accompagnare Papa Francesco nel suo desiderio di una Chiesa più samaritana e più serva e generatrice di comunità.

Parlo dei sintomi della malattia. Non degli innumerevoli segni di “vita calasanziana” che percepisco nell’Ordine, pieni di umiltà e servizio. Sarebbe bene scrivere un’altra lettera su questo. Forse sarò incoraggiato a farlo. Sono ispirato dalla crescita tra i nostri giovani dell’aspirazione ad essere “semplicemente scolopi”. Questa è la direzione giusta.

Alcuni chiarimenti per superarlo. Leggendo Papa Francesco, vedo che le linee guida che dà per superare il clericalismo si possono riassumere così: priorità assoluta della missione nella Chiesa; maggiore vicinanza del clero specialmente a coloro che si trovano alla periferia della società; inclusione appropriata dei laici uomini e donne nei processi decisionali nella Chiesa; maggiore formazione per tutti; maggiore enfasi del primato del sacramento del Battesimo e del Santo Popolo di Dio al cui servizio è il clero; un maggiore apprezzamento dell’infallibilità dei fedeli in credendo e del sensus fidei; una reale fiducia che lo Spirito Santo sia ben presente tra i fedeli laici.

Questi contributi che il Papa sta dando in vari momenti possono essere riassunti in questa chiara affermazione: “nel popolo di Dio, fedele e silenzioso, risiede il sistema immunitario della Chiesa[4]“. Per noi, scolopi, ci sono alcune conseguenze interessanti su cui siamo chiamati a riflettere e che sono conseguenze di queste linee proposte dal Papa.

  • Noi siamo per la Missione. Dedicare le nostre energie a servire, a lavorare, a dare il meglio di noi stessi per i bambini e i giovani, ad essere sempre con loro e tra loro, ci aiuterà a non pensare a noi stessi, ma a coloro che serviamo e per i quali esistiamo. Vivere sempre del primo amore, lottando per non cadere nelle tentazioni che la vita ci propone e nelle quali, senza rendercene conto, possiamo entrare. Il clericalismo si annida in coloro che pensano a se stessi e si consolida in un’istituzione autoreferenziale o autosufficiente, incapace di aprire le sue finestre all’aria che la rinnova.
  • La povertà, e il lavoro tra i poveri, alleggerisce i nostri cuori dai pesi egoistici e ci spinge ad essere servi. E questo avviene a livello personale, comunitario e istituzionale.
  • La dinamica del lavoro di gruppo, il consolidamento della corretta relazione con la Fraternità, il lavoro dal modello di “presenza scolopica”, la ricerca di nuove e più corresponsabili forme di “governo e direzione della nostra missione”, il lavoro in rete, ecc. Tutte queste dinamiche, già presenti tra noi, chiedono di essere veramente valorizzate e consolidate. Porteranno indubbiamente dei frutti.
  • Per avanzare nella nostra formazione comune, quella di tutti. Non alcuni che formano altri, ma una formazione condivisa da tutti, perché tutti ne abbiamo bisogno.
  • Il grande vantaggio della Vita Consacrata sta nel fatto che la chiave è nella consacrazione, non nel compito -temporaneo- che una persona assume. È il grande vantaggio della Chiesa, in cui l’essenziale è il Battesimo, non il servizio che alcuni assumono per vocazione o scelta. Approfondire in tutto ciò che la generazione della corresponsabilità – organizzata – significa ci aiuterà molto.
  • Comprendete che il peccato del clericalismo è un peccato a doppio senso. Non è esclusivamente un problema del “clero”; è anche un problema dei laici che non assumono la loro condizione e che sono abituati a un profilo di scarsa corresponsabilità. A volte i laici sono più clericali dei religiosi o dei sacerdoti.

Alcune sfide che possiamo porci. Percepisco alcuni nuovi orizzonti che si aprono davanti a noi, sotto forma di sfide positive che ci aiuteranno a fare passi nella giusta direzione. Cambiare una “cultura” richiede processi, ma anche decisioni.

  • Essere “chierici non clericali regolari“. Il Calasanzio ci ha fondato come “Chierici regolari”. Non ci sono molti Ordini o Congregazioni che sono stati fondati in questo modo. Vi do i nomi, perché è bene che ci formiamo in queste cose: Teatini, Barnabiti, Gesuiti, Somaschi, Camilliani, Caracciolini, Madre di Dio e Scolopi. Penso che approfondire le chiavi da cui il Calasanzio ha preso le sue decisioni e camminare lungo i sentieri che lui ha percorso ci aiuterà ad essere religiosi e sacerdoti lontani dalla tentazione di vivere la nostra condizione come un privilegio. Non dimentichiamo che i Chierici Regolari nascono in un momento molto speciale della vita della Chiesa, e come alternativa a un modello sacerdotale toccato dall’ambizione e dalla scarsa formazione. Emerge come una nuova forma di vita religiosa in cerca di autenticità. Sarebbe bene pensare a programmi o piani d’azione in questa direzione.
  • Una Formazione Iniziale capace di guarire questo problema. Non c’è dubbio che la Formazione Iniziale è decisiva in questo aspetto, come in tutti gli altri. I giovani in formazione sono spugne capaci di assorbire tutto il buono che percepiscono nei loro anziani, ma anche, inconsciamente, tutte le contraddizioni. Lavorare sulla nostra formazione iniziale in questa direzione ci sfida fortemente. Solo a titolo di esempio, vorrei ricordare alcuni criteri emersi nell’ultimo incontro dei formatori dell’Ordine, convocato nel luglio 2019 a Roma e incentrato sul tema della lotta agli abusi sessuali, agli abusi di coscienza e agli abusi di potere. In questo incontro sono state proposte cose come queste: la dinamica a partire dalla quale si formano i formatori in tutti questi temi, la responsabilità del formatore nel suo svolgimento, l’equipe a partire dalla quale si contrasta il lavoro formativo, la dinamica a partire dalla quale i giovani guadagnano in protagonismo corresponsabile sul proprio processo, l’approfondimento di una formazione iniziale capace di generare una vita religiosa liberata dal clericalismo, ecc.
  • La sinodalità fa parte dell’orizzonte di rinnovamento della Chiesa e, di conseguenza, di tutte le istituzioni religiose. Il nostro Ordine ha una lunga esperienza in questo settore, ma ci sono certamente aree in cui possiamo e dobbiamo rinnovare i nostri sforzi. Per esempio, il ruolo della riunione settimanale della comunità (la “teologia della tavola”); processi capitolari più partecipativi; un maggiore approfondimento di tutto ciò che significa il discernimento comunitario; la generazione di corresponsabilità tra religiosi e laici, approfittando delle piattaforme che abbiamo o creandone altre, ecc.
  • Il vivere in modo sempre più autentico, equilibrato, mistico e profetico la nostra vocazione. Queste quattro note della nostra vocazione, che sono proposte in uno dei documenti precapitolari che sono stati preparati in questi mesi, sono veramente la “chiave per un futuro migliore” per le Scuole Pie. Mi piace ricordare che questa proposta è stata centrale nelle riflessioni del Concilio Vaticano II. Lo stesso decreto sull’ecumenismo lo esplicita in un modo difficile da migliorare: “Ogni rinnovamento della Chiesa consiste essenzialmente in un aumento della fedeltà alla propria vocazione”[5].

Non perdiamo mai di vista il pensiero del Calasanzio, consapevoli che con i nostri mezzi non possiamo raggiungere quell’autenticità vocazionale che cerchiamo. “E sebbene sia giusto attendersi con umile affetto da Dio Onnipotente, che ci ha chiamati come operai in questo campo ricco di promettente raccolto, ogni mezzo necessario a farci idonei cooperatori della verità…”[6]. Dobbiamo mettere alla nostra portata i mezzi, frutto di un discernimento accurato ed esigente, e pregare intensamente il Signore di ogni vocazione perché ci aiuti in questo processo di “trasformazione” (di farci idonei) a cui siamo chiamati.

Ricevi un abbraccio fraterno.

P. Pedro Aguado Sch.

Padre Generale

 

[1] Lc 18,9-14

[2] Questa è la definizione data nel 1983 dalla Conferenza dei Superiori Maggiori degli USA nella loro assemblea su “Solidarietà e Servizio”. Ha ormai quasi quarant’anni, ma la storia – purtroppo – ha dato loro ragione.

[3] Gv 8,7

[4] Papa Francesco. Lettera a tutto il popolo di Dio in Cile, 2018.

[5] Concilio Vaticano II. Decreto “Unitatis redintegratio” n.6

[6] San Giuseppe Calasanzio. Costituzioni della Congregazione Paolina dei Poveri della Madre di Dio delle Scuole Pie n.6.