È evidente che il nostro 48° Capitolo generale offre a tutte le Scuole Pie numerosi spazi di riflessione ed è chiamato a provocare – se lo permettiamo – nuovi dinamismi di vita e di missione. Credo che uno degli aspetti su cui siamo chiamati a concentrare la nostra attenzione sia la necessità di curare e migliorare tutto ciò che riguarda il discernimento e il processo decisionale (a livello personale, comunitario e istituzionale). Non c’è dubbio che avanzeremo meglio lungo il cammino della sinodalità se riconosciamo che abbiamo ancora molto da imparare su ciò che il discernimento (spirituale, vocazionale, apostolico, ecc.) comporta nella nostra vita.

È su questo tema che vorrei condividere con voi questa semplice riflessione, inquadrata nella proposta che Paolo fa agli Efesini (Ef 5,17) in cui riassume molto chiaramente l’obiettivo del discernimento cristiano: cercare di capire cosa vuole il Signore.

La prima cosa che voglio dire è che dobbiamo essere consapevoli della necessità di aprire un processo di riflessione sulle dinamiche del discernimento. Non sappiamo tutto su questo tema, né portiamo avanti tutto ciò che facciamo e decidiamo a partire da processi ben ponderati e condivisi. Ricordo che in una delle occasioni in cui i membri dell’Unione dei Superiori Generali hanno potuto incontrare Papa Francesco, il Papa ci ha ricordato che il Sinodo dei giovani era un Sinodo sui giovani, la fede e il discernimento vocazionale. E ha aggiunto questa frase, che per noi è stata molto chiara: “Voglio introdurre più fortemente il discernimento nella vita della Chiesa[1] . È un’affermazione fondamentale del Papa, che anche noi possiamo e dobbiamo fare nostra: dobbiamo introdurre con più forza il tema del discernimento nella vita delle Scuole Pie.

Ci sono molti motivi per cui ritengo che questa sia un’esigenza fondamentale, ma mi limiterò a tre.

Per spiegare il primo motivo, mi ispirerò alla narrazione contenuta nel capitolo 15 degli Atti degli Apostoli. La proposta del Vangelo si stava facendo strada in contesti sconosciuti e sorgevano molte domande e sfide. Gli apostoli non hanno risolto la discussione sulla circoncisione con un decreto, ma hanno ascoltato la novità che emergeva da questi “nuovi spazi di vita della fede”. Hanno deliberato, ascoltato e infine deciso che la comunità doveva aprirsi a un nuovo modo di comprendere, accogliere e trasmettere la pienezza della salvezza offerta da Dio in Cristo. È stato un processo profondo di ascolto dello Spirito Santo[2] .

La stessa cosa sta accadendo a noi oggi. Ci muoviamo su molti terreni nuovi e stanno emergendo nuove sfide che riguardano le risposte che dobbiamo dare come scolopi ai bambini e ai giovani di oggi, alle società in cui ci troviamo, alla sensibilità dei giovani religiosi che vogliono dare il meglio di sé per Scuole Pie migliori. Abbiamo bisogno di processi di discernimento per creare nuove strutture, stili comunitari e opzioni di missione.

Il secondo motivo su cui vorrei soffermarmi per spiegare l’importanza del tema è il forte richiamo ecclesiale e scolopico alla sinodalità. La sinodalità non è possibile senza il discernimento comunitario. La sinodalità si basa sulla nostra capacità di discernere in comune e la provoca.  Per questo motivo ritengo che uno dei compiti più necessari che dobbiamo svolgere sia quello di imparare a discernere in comune.

C’è un terzo motivo da considerare. Non fa male fare un po’ di autocritica di fronte ad alcune debolezze che vediamo nei nostri processi. Forse sarebbe bene che noi, fratelli, provassimo a dare un nome a queste debolezze. Posso dire che quando dialoghiamo liberamente e onestamente su queste nostre debolezze legate al discernimento e ai processi decisionali, siamo abbastanza capaci di riconoscere gli aspetti su cui dobbiamo lavorare di più. Questi includono: decidere senza una sufficiente dinamica di preghiera; confondere il discernimento con la decisione; procurare con difficoltà un ascolto attento da parte di tutti; tentare di influenzare in modo irrispettoso il modo di pensare degli altri; cercare di far “trionfare” la mia idea o la mia proposta, senza capire che la posta in gioco è trovare una risposta condivisa; creare circoli di pressione; non rispettare sufficientemente la verità; decidere o votare in base a criteri estranei al bene dell’Ordine come, ad esempio, l’amicizia, l’origine, la cultura, l’età o qualsiasi altro tratto non centrale nella questione su cui dobbiamo decidere. Parlare, proporre, esprimere le mie idee è sempre necessario, ma sempre sulla base di un sincero desiderio di dialogo, ascolto e ricerca condivisa.

Queste tre ragioni, o motivi: la novità dei tempi, la proposta della sinodalità e le nostre esigenze di miglioramento, sono più che sufficienti per renderci consapevoli del molto lavoro che abbiamo davanti a noi. Il mio desiderio è quello di suggerire alcune strade da percorrere in tutto ciò che riguarda il discernimento comunitario. Vorrei proporre cinque punti di riflessione.

1- Il discernimento non è possibile senza una crescente vita di preghiera, senza una spiritualità attenta, senza la disponibilità a entrare profondamente nella propria anima e a scoprire la volontà di Dio in essa. La profondità e l’onestà della vita spirituale di ciascuno di noi determina in modo decisivo la nostra capacità di discernimento, sia personale che comunitaria. Ciò è ben espresso nella parabola del figliol prodigo, quando si dice che “rientrò in se stesso” (Lc 15,17), e trovò la risposta. Quando il giovane della parabola decide di entrare nel suo centro più profondo, vi scopre l’unica cosa che non era riuscito a dilapidare: l’amore incondizionato di suo padre, che aveva sperimentato fin da bambino. Non inganniamoci: la vita superficiale porta a discernimenti superficiali (se si può usare questa parola). Una vita spirituale attenta ci avvicina alla possibilità di fare le cose per bene. È un compito che tutti noi dobbiamo affrontare, così come l’Ordine deve pensare come aiutarci in questo.

2-Il buon discernimento ha bisogno di una propria metodologia. Questo potrebbe essere l’argomento di un libro, quindi mi accontento di menzionarlo. Mi riferisco a cose molto concrete, come: chiarezza sulla domanda a cui rispondere o sul tema da decidere; informazione data a tutti; chiarezza su chi prende la decisione e come la prende (il superiore, la comunità, ecc.); spazio per la preghiera e la condivisione comunitaria, sia dei frutti della preghiera che delle nostre idee; apertura all’aiuto esterno di cui possiamo avere bisogno per approfondire la nostra riflessione, ecc. Credo che, per progredire nella sinodalità, potremmo fare qualche incontro di apprendimento sui processi di discernimento.

3-Questo è proprio il terzo punto che voglio proporre. Possiamo chiamarlo “apprendimento progressivo”. È chiaro che in alcune delle nostre comunità e, forse, in alcune delle nostre Demarcazioni, abbiamo più di qualche carenza in tutte le questioni di discernimento e di decisione. Questo è certamente vero. Ma è anche vero che tutti possono – possiamo – imparare. E il modo per imparare è camminare. Cerchiamo di incoraggiare il progressivo apprendimento delle dinamiche della sinodalità e del discernimento. In questo modo, a poco a poco, imparando dai nostri errori, potremo avanzare lungo percorsi più aperti alle ispirazioni dello Spirito Santo.

4-Il frutto del discernimento fatto bene è un “accordo che viene dal cuore“. Se lo abbiamo fatto bene, non dovremmo mai uscire da un processo di discernimento e di decisione o di scelta con la sensazione di aver perso perché non è andata come speravamo. Il discernimento non cerca di isolare il diverso, ma di integrare tutti, in modo da poter collaborare volentieri a ciò che abbiamo deciso, anche se non siamo tutti d’accordo o abbiamo la stessa opinione. Non viviamo in comunità, né ci riuniamo per prendere decisioni perché la pensiamo tutti allo stesso modo, ma perché desideriamo profondamente ascoltarci, pregare insieme, cercare la volontà di Dio e “metterci al lavoro” per portare a termine la decisione scelta. Abbiamo buone esperienze in cui abbiamo preso decisioni da posizioni diverse, ma parlando, pregando e decidendo onestamente.

5-Dobbiamo porci le domande giuste. Il discernimento spirituale, apostolico o istituzionale, sia nella dimensione personale che in quella comunitaria, ha bisogno di “allargare la visione” per capire due cose essenziali: che i temi su cui vogliamo lavorare sono veramente significativi e che la nostra comunità è in grado di rilevarli, di capire i “segni di vita” che emergono e la “novità di risposta” che richiedono. In questi mesi in cui stiamo celebrando i Capitoli locali e demarcazionali di tutte le Scuole Pie, questo “allargamento della visione” è ancora più necessario per cercare di avvicinarsi alle questioni che dovrebbero essere davvero oggetto del nostro discernimento. Credo ci siano domande comuni e domande specifiche per le varie situazioni in cui viviamo.

Ecco alcuni esempi di domande che possiamo porci: cosa significa per noi la chiamata alla sinodalità? In quali modi possiamo promuovere autenticamente la missione condivisa? Quali ambiti dobbiamo prendere maggiormente in considerazione affinché i nostri giovani in formazione possano crescere in una più chiara identità carismatica? Come possiamo vedere e promuovere le “opportunità di vita” che indubbiamente emergono in tutte le Demarcazioni, anche in quelle che sembrano avere più difficoltà o dove il sentimento di scoraggiamento può essere più radicato? Chi è il fratello a cui crediamo di poter chiedere in questo momento di svolgere il servizio di superiore, secondo le nostre Costituzioni? Cosa significa per la nostra Provincia “camminare con i giovani”? Ovviamente, potremmo continuare. Siamo di fronte a una sfida importante: diamo ai nostri processi capitolari la possibilità di provocare novità.

Concludo questa lettera fraterna con una nota legata al discernimento spirituale che tutti siamo chiamati a vivere. Il discernimento non è solo una metodologia o un modo di affrontare i problemi o le domande. È soprattutto una dimensione della vita cristiana, una dimensione della nostra fedeltà vocazionale, che deve essere sempre presente nella nostra preghiera, nella nostra vita quotidiana, nell’esercizio della nostra missione. Insomma, nel vivere sempre più autenticamente la nostra vocazione, nella nostra vita quotidiana. Non viviamo in una “campana di tranquillità” che ci rende le cose facili. La vita non è così. Viviamo – e discerniamo – in mezzo alle nostre ricerche quotidiane, alle nostre piccolezze, ai nostri peccati, alle nostre debolezze e ai nostri sforzi di fedeltà, siamo ciò che siamo, e da questa realtà viviamo e incarniamo la nostra fede e la nostra vocazione. Consapevoli di tutto questo, dobbiamo cercare di essere fedeli, sempre più fedeli, a ciò che Dio vuole da noi. Questa è la vita di ognuno di noi, delle nostre comunità e delle nostre Scuole Pie.

Se non l’avete mai fatto, vi invito a guardare il film “Uomini di Dio“, in cui contempliamo la storia dei monaci cistercensi di Tibberine, martiri nell’Algeria che amavano tanto. È una storia di discernimento spirituale fatto bene. Basta leggere la testimonianza scritta dal priore della comunità, Christian de Chergé, per rendersi conto che, in realtà, tutti hanno cercato onestamente di essere fedeli alla propria vocazione, in una situazione molto complessa, attraverso un processo di discernimento spirituale onesto, sincero e, perché non dirlo, difficile. Non è passato molto tempo da quando sono stati tutti beatificati da Papa Francesco.

Vi ringrazio per aver accolto queste riflessioni, che concludo con un invito: non semplifichiamo la chiamata alla sinodalità. Al contrario, entriamo in profondità in ciò che lo Spirito Santo chiede alla Chiesa.

Un abbraccio fraterno.

 

Pedro Aguado Sch.P.

Padre Generale

 

 

 

 

[1] Papa Francesco. Incontro con l’USG, 25 novembre 2016.

[2] Atti 15, 28: “Abbiamo deciso, lo Spirito Santo e noi, di non imporvi nessun altro obbligo all di fuori di queste cose necessarie”.